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CANTO DECIMOTERZO. 77

XXIX.


     Non s’avvide esso allor d’aver temuto;
Ma fatto poi lontan ben se n’accorse:
E stupor n’ebbe, e sdegno: e dente acuto
228D’amaro pentimento il cor gli morse.
E di trista vergogna acceso e muto,
Attonito in disparte i passi torse:
Chè quella faccia alzar, già sì orgogliosa,
232Nella luce degli uomini non osa.

XXX.


     Chiamato da Goffredo, indugia, e scuse
Trova all’indugio; e di restarsi agogna.
Pur va, ma lento: e tien le labbra chiuse,
236O gli ragiona in guisa d’uom che sogna.
Difetto e fuga il Capitan conchiuse
In lui, da quella insolita vergogna,
Poi disse: or ciò che fia? forse prestigj
240Son questi, o di natura alti prodigj?

XXXI.


     Ma s’alcun v’è cui nobil voglia accenda
Di cercar que’ salvatichi soggiorni;
Vadane pure, e la ventura imprenda,
244E nunzio almen più certo a noi ritorni.
Così diss’egli; e la gran selva orrenda
Tentata fu ne’ tre seguenti giorni
Da i più famosi: e pur alcun non fue
248Che non fuggisse alle minacce sue.