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finestra, a veder nevicare sulle statue grigie del giardino, sulla capannìna della gaggìa, sui cavoli dell’orto e più in là sui campi, sfumati nel chiarore bianco; mentre il sior Toni, seduto alla scrivania con gli occhiali sul naso, tagliava le cedole della Rendita. Ella vedeva forse le falde cadenti, ma per verità guardava nel chiarore bianco chi sa quali altre cose fantastiche, alle quali anche parlava silenziosamente con movimenti continui degli occhi, delle sopracciglia e delle labbra. «Vorrei essere una gaggìa, sior Toni!» diss’ella voltandosi bruscamente. «Almeno non mi lascerebbero gelare!»

Era snella ed alta e se non poteva dirsi una bellezza, aveva però un pallido visetto assai espressivo e nei grand’occhi bruni una espressione di stranezza, d’intelligenza e di malinconia che andava molto, troppo presto al cuore dei tenenti e anche degli altri. Visto che non c’era più legna da gettare nel fuoco, prese il cestino delle cartacce ch’era vuoto.

«Cossa fala, contessina?», esclamò il fattore.

«Niente, sior Toni,» rispose la ragazza e adagiò tranquillamente il cestino sulle brage.