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tando unicamente la propria coscienza, può raggiungerlo mai.

La coscienza dell’individuo parla in ragione della sua educazione, delle sue tendenze, delle sue abitudini, delle sue passioni. La coscienza dell’Irochese selvaggio parla un linguaggio diverso da quello dell’Europeo incivilito del XIX secolo. La coscienza dell’uomo libero suggerisce doveri che la coscienza dello schiavo non sospetta nemmeno. Interrogate il povero giornaliero Napoletano o Lombardo, al quale un cattivo prete fu l’unico apostolo di morale, al quale, s’ei pur sa leggere, quella del catechismo Austriaco fu l’unica lettura concessa, egli vi dirà che i suoi doveri sono lavoro assiduo a ogni prezzo per sostenere la sua famiglia, sommissione illimitata senza esame alle leggi quali esse siano, e il non nuocere altrui: a chi gli parlasse di doveri che lo legano alla patria e all’umanità, a chi gli dicesse: «voi nuocete ai nostri fratelli accettando di lavorare per un prezzo inferiore all’opera, voi peccate contro Dio e contro all’anima vostra obbedendo a leggi che sono ingiuste», ei risponderebbe, come chi non intende, inarcando le ciglia. Interrogate l’operaio Italiano, al quale circostanze migliori o il contatto con uomini di più educato intelletto hanno insegnato più parte del vero; ei vi dirà che la sua patria è schiava, che i suoi fratelli sono ingiustamente condannati a vivere in miseria materiale e morale, e ch’ei sente il dovere di protestare, potendo, contro questa ingiustizia. Perchè tanto divario fra i suggerimenti della coscienza in due individui dello stesso tempo e dello stesso paese? Perchè fra dieci individui appartenenti in sostanza