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capitolo xliv. 499

gnone sì forte che uscire gli fece il sangue dalle gengive. Non per questo lasciò il barbiere la bardella che avea già afferrata, e alzando la voce per modo che tutti coloro ch’erano nell’osteria lo intesero, cominciò chiaramente ad esclamare: “Al re! alla giustizia! io sono qua per farmi rendere il mio, e questo assassino da strada mi vuol morto. — Menti per quanta gola tu hai, rispose Sancio; io non sono un assassino, e questo è bottino che a me di diritto si appartiene per averlo guadagnato in guerra giusta il mio signor don Chisciotte. Stava questi presente alla zuffa, e godeva quanto mai si può dire vedendo come bene si portava ad offesa e a difesa il suo scudiere; e parendogli che si mostrasse uomo di vaglia, proponeva in cuor suo di armarlo cavaliere alla prima occasione che se gli presentasse, non senza gran guadagno di tutto l’ordine della errante cavalleria. Fra le altre cose dette dal barbiere nel fervor della zuffa, ecco le più osservabili: — Signori, questa bardella è mia com’è vero che dovrò morire: la conosco come se l’avessi partorita