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capitolo xli. 463

nel vascello dei Francesi, i quali, dopo essersi informati di tutto ciò che voleano saper da noi, come se stati fossero nostri capitali nemici, ci spogliarono di ogni nostro avere, togliendo a Zoraida sino i cerchietti che aveva ai piedi. A me non recava tanta pena il vederla spogliata di tante ricchissime e preziosissime gioie, quanto il raccapriccio di vederla esposta a qualche peggiore oltraggio: ma l’avidità però di quelle genti non si estende più che al denaro, nè questa è sazia se non giunge sino ad appropriarsi gli abiti stessi degli schiavi, quando possono sperare da essi qualche profitto. Proposero poscia alcuni tra loro di ravvolgerci tutti in una vela e di gittarci in mare; perchè divisando di approdar a qualche porto di Spagna e di farsi credere Bretoni, temevano di esser castigati se ci portavano vivi con loro. Il capitano però, ch’era colui che aveva spogliata la mia amata Zoraida, e che pur doveva essere il più pietoso, dichiarò che trovavasi pago della conseguita preda, nè voleva toccare alcun porto di Spagna; ma passare a dirittura e di notte lo stretto di Gibilterra, o tornarsene, se avesse potuto, alla Rocella donde egli era partito. Vennero quindi in risoluzione di accordarci il loro schifo e tutto l’occorrente per la corta navigazione che restavaci a fare: ciò ch’eseguirono il dì seguente rimpetto alle spiaggie di Spagna, la cui vista ci rallegrò di maniera che più non ci rammentavamo delle nostre disgrazie e della nostra povertà come se nulla ci fosse avvenuto: sì grande era il nostro contento per la libertà riacquistata!

“Poteva essere il mezzogiorno all’incirca quando ci fecero entrare nello schifo somministrandoci due barili d’acqua e poco biscotto; e il capitano, mosso da non so quale spirito di compassione, diede quaranta scudi d’oro a Zoraida nel momento del suo imbarco, nè permise che i suoi soldati le togliessero gli abiti che tuttavia le vedete ora indosso. Entrati nello schifo rendemmo loro grazie del ricevuto benefizio mostrandoci più contenti che dogliosi. Si scostarono essi proseguendo il loro viaggio allo stretto; e noi, senz’avere altra mira fuorchè quella di approdare alla prima terra che ci si parasse dinanzi, ci affrettammo a vogare in modo che sul tramontare del sole la vedemmo sì vicina, che sperammo di giungervi prima che s’innoltrasse molto la notte. Non essendo allora alcun chiarore di luna, e facendosi oscuro il cielo, e non sapendo per soprappiù dove ci dovessimo fermare, ci parve prudente non toccar terra come avrebbero pur voluto alcuni dei nostri dicendo che vi approdassimo quand’anche fosse in uno scoglio o in altro luogo fuori dell’abitato, mentre noi saremmo così usciti da ogni timore; e tanto più che sogliono frequentare quelle acque i corsari di Te-