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capitolo xxix. 297

di usare della libertà che mi concede l’esser cavaliere, sfidandolo a giusto duello pel torto che vi usa (senza parlare delle offese ch’egli ha fatte a me pure, e delle quali lascio la cura al cielo); insomma io voglio essere in terra l’unico vostro soccorso„.

Ciò che disse Cardenio terminò di compiere la maraviglia in Dorotea, e non sapendo rendergli grazie convenienti a tanta offerta, volle gittarsegli a’ piedi. Non consentì Cardenio, e il curato rispose per ambedue, approvando il lodevole ragionare di Cardenio; e soprattutto pregandolo, consigliandolo, persuadendolo che se ne andassero uniti al suo paese, dove si sarebbe cercato rimedio alle cose delle quali eglino abbisognavano, e dove avrebbero potuto indagare di don Fernando, e pensare al modo di ricondurre Dorotea ai suoi genitori, ovvero di prendere que’ partiti che fossero creduti più opportuni. Aggradirono Cardenio e Dorotea il consiglio, ed accettarono l’offerta amichevole. Il barbiere, ch’era restato sospeso e taciturno sopra quanto avea inteso, fece anch’egli il suo piccolo ragionamento, e si offerse con non minor cuore del curato a tutto ciò che valesse a servirli. Fece nel tempo stesso una breve narrazione della causa che colà li aveva tratti, e delle stranezze e delle pazzie di don Chisciotte, e come ne stavano attendendo lo scudiere ch’era andato a cercarlo. Allora Cardenio si ricordò come d’un sogno, della quistione avuta con don Chisciotte, e la raccontò agli astanti senza sapere loro spiegare qual motivo l’avesse prodotta. Stando in questi ragionamenti s’intese da lungi la voce di Sancio Panza, il quale non avendoli rinvenuti dove li aveva lasciati, li chiamava altamente. Gli andarono incontro, e chiedendogli di don Chisciotte, fece egli loro sapere di averlo trovato coperto della sola camicia, spossato, pallido, mezzo morto di fame, sospirando per la sua signora Dulcinea; e che avendogli detto ch’ella gli comandava che di là si partisse per recarsi al Toboso dove lo stava aspettando, rispose ch’era deliberato di non comparire davanti alla sua bellezza se non avea fatte prima prodezze tali che lo rendessero degno della sua grazia; e che se a ciò non avesse adempito, correa pericolo di non arrivare giammai ad essere imperatore, siccome era obbligo suo, e neppure arcivescovo, ch’era il meno a cui potesse aspirare; e perciò pensassero eglino al modo di trarlo da quella intricata situazione. Il curato rispose che non se ne pigliasse fastidio, mentre l’avrebbero essi fatto partire di là a suo marcio dispetto. Partecipò allora a Cardenio e a Dorotea il divisamento suo per rimediare alla pazzia di don Chisciotte od almeno per ricondurlo al suo paese; e Dorotea che doveva in ciò avere gran parte, promise che senza dubbio avrebbe saputo e potuto sostener la persona di una


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