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capitolo xxvii. 267

garmi conservando sempre illibato il mio onore, vi si offre opportuna occasione di farlo. Ho un padre che conosce voi ed ama teneramente sua figlia; e che senza contrariare la mia volontà sarà per condiscendere alla vostra domanda, la quale non potrà essere che di giustizia e dovere. Ciò eseguirete sempre che sia verace la stima che dite di professarmi e di cui non dubito„.

“Questo biglietto m’indusse a domandare Lucinda in isposa, come già vi ho detto; ed il biglietto medesimo convinse don Fernando di che sano discernimento e lodevole contegno fosse dotata Lucinda, fiore dell’età nostra; e lo fece risolvere a intraprendere l’ultima mia rovina. Dissi a don Fernando stesso le difficoltà che moveva il padre della giovane, il quale bramava che il mio gliela domandasse per mia consorte, del che io non osava pregarlo temendone un rifiuto, non già perchè non gli fossero note le qualità, la bontà, le virtù e bellezze di Lucinda, ch’era tale da illustrare qualunque altro casato di Spagna; ma perchè io ben sapeva com’egli bramava che non mi accasassi sì presto, e stessi a vedere ciò che di me disponesse il duca Ricardo. In somma risposi che non mi avventurava di farlo sapere a mio padre sì per questo riguardo come per molti altri che mi rendevano timido, senza sapere nemmen io quali si fossero; se non che mi pareva difficile assai il conseguire quanto io bramava. A tutto ciò mi rispose don Fernando, che s’incaricava egli stesso di parlarne al mio genitore, e persuaderlo a conferire con quello di Lucinda. O Mario ambizioso! O Catilina crudele! O Silla scellerato! O Galalone imbrogliatore! O traditore Vellido! O Giuliano vendicativo, facinoroso! Che mal’azione ti ha fatta un infelice che con sì candida fede ti scoperse i segreti e le gioie del proprio cuore? In che ti offese egli mai? Che parole ti ha egli proferite o quai consigli ti ha dati che non mirassero al maggior lustro del tuo onore ed al tuo profitto? Ma e di che mi querelo io mai sventurato che sono! mentre quando i maligni influssi traggono sopra un infelice la corrente delle disgrazie e gli piombano addosso con ogni violenza e furore, non vi è forza sopra la terra che le allontani, nè industria umana che le possa prevenire! Chi sarebbesi immaginato che don Fernando avesse voluto pagare di tanta ingratitudine i miei servigi e la mia fiducia? E che mentre poteva ottenere tutto quello che avesse voluto far suo, dovesse proprio mettersi in capo di rapirmi la mia sola agnelletta, e non ancora da me posseduta! Ma lasciamo a parte tali riflessioni come superflue e senza profitto veruno, e ritorniamo all’interrotto filo della disgraziata mia istoria. Dico dunque che parendo a don Fernando incomoda la mia presenza, stabilì d’inviarmi