Pagina:Don Chisciotte (Gamba-Ambrosoli) Vol.1.djvu/187


capitolo xix. 169


rimasto inoperoso, dimandò a Sancio per qual cagione si fosse indotto piuttosto in questa che in altre circostanze ad appellarlo il Cavaliere della Trista Figura. — Rispondo subito, disse Sancio; perchè stando io rimirandola al lume di questa torcia che porta ora con sè quel disgraziato passaggiero, ho veduto che vossignoria è da poco in qua diventata la più trista figura che mi sia mai caduta sott’occhio; il che da me si attribuisce o alla stanchezza e alla fatica di tanti combattimenti, ovvero alla mancanza dei denti mascellari. — Non è questa no la cagione, rispose don Chisciotte, ma perchè al savio ch’è incaricato di scrivere la storia delle mie imprese sarà parso ben fatto ch’io prenda qualche nome appellativo, come lo prendevano tutti i cavalieri miei antecessori, che uno si chiamava quello dell’Ardente Spada, l’altro quello dell’Unicornio, ovvero quello delle Donzelle, o quello della Fenice, questi il Cavaliere del Grifo, l’altro quel della Morte, e con questi nomi ed insegne erano conosciuti per tutto il circolo della terra. Dico per questo, che il savio predetto ti avrà posto in bocca e in pensiero poco fa che tu mi chiamassi il Cavaliere della Trista Figura, come appunto io diviso di chiamarmi per l’avvenire; e perchè mi calzi meglio un tal nome, farò dipingere (ove mi presenti l’opportunità) nel mio scudo un’assai trista figura. — Non occorre, signor mio, gittare inutilmente tempo e denari per dipingere una brutta figura; basta che la signoria vostra faccia vedere il suo volto, e senz’altre brighe o bisogno di pittura nello scudo lo chiameranno quello della Trista Figura, perchè le protesto, o signore, e mi creda che le dico il vero (sia detto per burla) che la fame e la mancanza dei mascellari le rendono il muso tanto deforme, che potrà far meno assolutamente di spendere nella pittura„. Rise don Chisciotte degli scherzi di Sancio; ma contuttociò propose seco medesimo di chiamarsi con quel nome quando fosse riuscito a far dipingere il suo scudo o rotella come avea immaginato; e poi gli disse: — Comprendo, Sancio, ch’io resto scomunicato per aver posto mano violentemente in cosa sacra, secondo quel testo: Si quis, suadente diabolo etc.,1 benchè, io a dir vero, non misi loro addosso le mani, ma questo lancione; poi io non credetti di offendere sacerdoti o cose di chiesa, che rispetto e adoro come cattolico e fedel cristiano, ma fantasime e visioni dell’altro mondo. E ad ogni modo, mi sovviene quanto accadde al Cid Ruy Diaz quando ruppe la sedia dell’ambasciadore di quel re dinanzi a Sua Santità il papa, che per questa

  1. Concilio di Trento, cap. 56.

22