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capitolo xvii. 143

sono nemico di togliere l’onore a chicchessia. — Ripeto, soggiunse Sancio, e lo giuro, che custodirò il segreto fin dopo il fine dei giorni di vossignoria; e piaccia a Dio che io possa manifestarlo dimani. — Mi porto dunque sì male verso di te, Sancio, replicò don Chisciotte, che mi vorresti veder morto così presto? — Non è per questo, rispose Sancio, ma perchè son nemico del serbar segrete lungo tempo le cose, e non vorrei poi che per troppo serbarle mi s’infracidissero sullo stomaco. — Avvengane che può, disse don Chisciotte, io mi fido del pari e sul tuo amore e sulla tua cortesia. Devi dunque sapere che mi accadde in questa notte una delle avventure più strane che si possano mai immaginare; e, per dir breve, sappi che poco fa venne da me la figliuola del signore di questo castello, la più graziosa e vaga donzella che possa trovarsi in gran parte del mondo. Che ti potrei dire della gentilezza di sua persona? del suo fino discernimento? e di altre occulte qualità, che io, per mantenere la fede dovuta alla mia signora Dulcinea del Toboso, lascio passare inosservate e sotto silenzio! Mi limiterò a dirti che invidioso il cielo di tanto bene offertomi dalla fortuna, o forse (com’è più credibile) per essere questo castello incantato; mentre io m’intratteneva con lei in dolci ed amorosi colloqui, venne, senza ch’io la vedessi, o potessi comprendere d’onde venisse, una mano attaccata al braccio di uno straordinario gigante, e mi affibbiò un pugno sì forte alle ganasce, che le tengo tutte intrise di sangue; poi mi pestò di tal fatta che mi trovo peggio di jeri quando i vetturali per colpa di Ronzinante ci fecero quell’affronto che sai. Ora io vado congetturando che la bellezza di questa donzella sia data in custodia di qualche incantato Moro, e non debba essere per me. — Nè tampoco per me, rispose Sancio, perchè sono stato fracassato da quattrocento Mori in maniera che le percosse delle stanghe, al confronto, furono proprio uno zucchero. Ma dicami, signore, come chiama ella buona e rara ventura cotesta che ci ha lasciati così malconci? E manco male per vossignoria che ha avuto tra le mani quella bellezza incomparabile che or ora mi ha descritta; ma io che ho ricevuto le maggiori bastonate che avessi mai in tempo di vita mia! Venga il canchero a me ed alla madre che mi ha partorito che non sono cavaliere errante, nè penso di esserlo mai, eppure a me tocca sempre la maggior parte delle disgrazie! — Dunque tu ancora sei stato pesto? rispose don Chisciotte. — Non le ho detto che sì? che maledetti sieno tutti i diavoli dell’inferno, rispose Sancio. — Non ti affliggere, amico mio, disse don Chisciotte, ch’io comporrò tosto il prezioso balsamo con cui risaneremo in un batter d’occhio„. Intanto il bargello, che già avea acceso il lume, venne per riconoscere colui ch’egli credeva morto: e come Sancio lo vide entrare in camicia con