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capitolo x. 83


coraggio non vada a finire in quel modo che dissi poc’anzi. Ora quello di che sono a pregare la signoria vostra si è che prenda cura di medicarsi, mentre veggo che va perdendo sangue da questa orecchia; e giacchè tengo nella bisaccia dei fili e dell’unguento bianco.... — Tutto questo sarebbe inutile, rispose don Chisciotte, se mi fosse dato di avere un’ampolletta del balsamo di Fierabrasse1, chè con una sola goccia avremmo risparmiato il tempo e le medicine. — Che ampolla e che balsamo è questo? disse Sancio Panza. — È un balsamo, replicò don Chisciotte, la cui ricetta ho a memoria; ed è tale che l’uomo non deve più temere che alcuna ferita lo conduca a morire, per grande che sia; perciò quando io n’abbia, e te lo dia, se tu mi vedessi in qualche battaglia tagliato a mezzo, come suole spesso avvenire, altro non hai da fare che prendere quella parte del corpo che fosse caduta per terra, e con molta diligenza, prima che il sangue si rapprenda, congiungerla all’altra rimasta sopra la sella; avvertendo però di commetterle ugualmente e al loro giusto punto: ciò fatto mi darai da bere due gocce del balsamo di cui t’ho detto, e mi vedrai rimesso perfettamente in salute. — Se così è, disse Panza, io rinunzio da questo momento al governo della promessa isola, ed altro non domando in ricompensa de’ miei molti e buoni servigi, se non che la signoria vostra mi dia la ricetta di questo licore prezioso, ch’io credo bene che costerà più di due reali l’oncia; nè altro mi occorre per passare questa sciagurata vita senza fastidii. Ora ditemi quanto si può spendere a comporlo? — Se ne possono far tre bocce, rispose don Chisciotte, con meno di tre reali. — Corpo della vita mia, replicò Sancio, e perchè non si affretta la signoria vostra a farlo, e ad insegnarmene il modo? — Taci, amico, rispose don Chisciotte, chè ti metterò eziandio a parte di segreti di più alta importanza, e ti farò più larghi favori; ma per ora medichiamoci, perchè l’orecchio mi duole assai più del bisogno.

Sancio trasse allora dalle bisacce fili ed unguento, ma quando s’accorse don Chisciotte che la sua celata era rotta stette per perdere il cer-

  1. Fu costui (dice la Storia di Carlo Magno) un gigante re d’Alessandria, figliuolo dell’ammiraglio Balano, conquistatore di Roma e di Gerusalemme, pagano o saracino. Era gran nemico d’Oliviero da cui ebbe ferite mortali, e nondimeno ne guariva poi subito bevendo alcune gocce di certo balsamo guadagnato alla conquista di Gerusalemme. Dicevasi che fosse lo stesso balsamo di Giuseppe d’Arimatia, con cui fu inbalsamato il Salvatore. Ma finalmente poi Oliviero tolse a Fierabrasse quel miracoloso rimedio, dopo di che il fiero gigante trovatosi vinto e costretto ad arrendersi, ricevette il battesimo e morì convertito.