Pagina:Dieci lettere di Publio Virgilio Marone.djvu/32


Lettera Quarta 25

rivo spingendolo Amore, e vi si bagni i panni, e quindi finisca:

Piacemi almen d’aver cangiato stile
Dagli occhi a’ piè, se del lor esser molli
Gli altri asciugasse un più cortese Aprile?

Qual più nobile esordio di quello?

Qual mio destin, qual forza o qual inganno
Mi riconduce disarmato al campo
Là ve’ sempre son vinto etc.

E qual chiusa più ridicola e fredda di questa?

Amor con tal dolcezza m’unge, e punge,,
Ch’ i’ nol so ripensar non che ridire,,
Che nè ingegno nè lingua al vero aggiunge.

Noi fummo incantati poc’anzi da quell’altro sonetto sì delicato e sì vago

Onde tolse amor l’oro, e di qual vena
Per far due trecce bionde, e in quali spine
Colse le rose, e in qual piaggia le brine
Tenere e fresche e diè lor polso e lena?
Onde le perle etc.

Ma tutto il diletto ci avvelenarono l’ultime parole, sì facili ad emendarsi per altro,

E que’ begli occhi ond’io ho guerra e pace
Che mi cuocono il cor in ghiaccio e fuoco.

In vero, o Tibullo, sento anch’io molta noja di ciò, ripres’io, ma non era il secolo del Petrarca un secolo d’oro, come il nostro per le buone lettere. A lui rimanea molta incertezza di buon gusto pur anco, e le tenebre non erano dissipate. Ma, in qualità di poeta egli è nondimeno il più elegante, il più armonico, il più sublime, che vedesse l’Italia dopo noi. Egli ha ridotta in puro argento quella lingua, che in man di Dante avea tanta scoria, e la stridente tromba di quello ha