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Le pareva d’essere una piccola chiocciola che sente cader la pioggia sul suo guscio. E pensava sempre al focolare lontano, alla notte grigia illuminata dalla neve. Oltre le voci e le risate che vibravano nel salotto da pranzo, oltre il lugubre stridore dei tram, oltre il romorio della città mangiona, salivano i fischi dei treni nella stazione: qualcuno rideva, qualcuno piangeva; uno, sottile e tenero, pareva la voce di un bambino che domandasse qualche cosa; un altro descriveva un zig-zirg iridato sul cielo nero; un altro rideva di Regina: — Partire? Partire! Sta fresca! Ci sei venuta e ci resti; addio — .

Ella si stizziva. Se la prendeva con Sua Eccellenza, quella che guardava le vetrine del Dagnino accomodandosi gli occhiali d’oro, poi si domandava chi era la gente sconosciuta che rideva e giocava nel salotto da pranzo.

Benchè fosse stizzito, Antonio si coricò presto. Ella finse di dormire. Egli la toccò piano piano, e sentendola gelata le si mise vicino per scaldarla. Ella sentì il profumo speciale, indefinibile, che esalava sempre dai capelli di lui, e s’intenerì ma non aperse gli occhi. Le ore passarono: la città tacque, si addormentò come un bimbo ingordo al quale si son promesse tante leccornie. Regina non poteva dormire, ma sentiva un dolce tepore: la chiocciolina s’era affacciata alla finestrina del guscio e vedeva il sole brillare sull’erba. Suoni melodiosi di campane tremolavano e vibravano nella notte tranquilla: uno pareva venisse dal di là di un fiume, grave, sonoro, nostalgico.

Regina ricordò certi versi del Prati, che non