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di pranzo s’accese fra Massimo e Arduina una scottante discussione su un grande romanziere e poeta italiano.

— Pace! pace! — disse Antonio ridendo.

Ma una cosa straordinaria avvenne: il sor Mario parlò. Egli non aveva mai letto una riga del poeta, eppure ne parlava male.

— Una volta lo vidi ad Anzio, — raccontò; — passava lungo la spiaggia, tutto vestito di bianco, col cappello e i guanti bianchi, sopra un cavallo bianco...

— Il cappello e i guanti bianchi erano sopra un cavallo bianco? — chiese Massimo, ridendo nervosamente e scrollando la testa: i capelli gli si scompigliarono come quelli di un bambino infuriato.

— Pace, pace! — ripeteva Antonio.

Verso le nove, mentre Arduina serviva il caffè, arrivò la signorina di compagnia di madame. Vestita di grigio, piccola e secca, con due occhietti neri lucenti e un lungo musetto nel piccolo viso maligno, questa bizzarra creatura diede a Regina una strana impressione: le parve non un essere umano, ma qualche cosa d’ibrido, di fenomenale: una donnina-topo, nata da un connubio contro natura.

E infatti, appena entrata la signorina, il salottino fu come animato dal brusìo e dalle corse d’un topo: strilli sottili, esclamazioni, baci, strette di mano che parevano morsi; interrogazioni ed osservazioni, risate e grida, e sopratutto sguardi che a Regina sembravano curiosi, ansiosi, beffardi e investiganti.

— Marianna, — disse Arduina, mentre la signorina toccava con ambe le mani la fronte