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I.


Roma s’avvicinava.

La luna di novembre, una grande luna di madreperla, limpida e melanconica, illuminava la campagna: il vento, fortissimo, attraversava con la sua violenza la violenza della corsa del direttissimo.

Regina sonnecchiava e sognava di trovarsi ancora a casa sua; il rombo del treno le pareva lo scroscio del molino sul Po. Ma ad un tratto sentì la mano di Antonio stringer la sua e si svegliò di soprassalto.

— Fra poco siamo arrivati, — disse il giovane sposo.

Regina si alzò, s’appoggiò al finestrino chiuso e guardò fuori.

Il cristallo rifletteva l’interno del vagone, il lume, la figura di lei coperta d’una lunga mantella chiara, il suo viso disfatto, rimpicciolito dalla stanchezza del viaggio.

Ella socchiuse i grandi occhi miopi, e in un barbaglio di luna, sullo sfondo grigio della mantella riflessa dal vetro, le parve scorgere il paesaggio in ondulazioni azzurrognole, fuggenti; un sentiero tacito alla luna, un albero con le foglie argentee battute dal vento, e in lontananza anche una fila d’acquedotti i cui