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V.


Nello stazzo Zanche, come in tutte le case governate da serve, si viveva di pettegolezzi. I due servi anziani erano buoni e docili, vere bestie da lavoro rassegnate al loro destino, ma Pancraziu aveva sangue berbero nelle vene, diceva il padrone, ed era turbolento e maligno. Da qualche tempo, poi, perseguitava Ignazia con le sue proposte di amore, e le ripulse tacite ma valide di lei cominciavano ad esasperarlo.

Quando Andrea, dopo aver lasciato Vittoria e il frate, entrò nella vigna, il servo si sollevò appoggiandosi alla zappa, con una mano sulla schiena, e fece una smorfia di stanchezza; ma tosto vide Ignazia che dall’alto del viottolo pareva spiasse qualche cosa in lontananza e si mise a ridere. I suoi denti canini lucevano al tramonto.

— Padroncino Andrea, scommetto che a momenti passa Mikali! — Infatti ecco una nuvola di polvere nello stradone e in mezzo Mikali coi puledri dorati dal sole. Il servo guardava con gli occhi pieni di ammirazione e d’invidia, e anche l’altro uomo che lavorava nella vigna si sollevò curioso, mentre Andrea correva verso la muriccia per salutare il fratello.

— Oh Mikali, come va?

Mikali fermò a stento i puledri, o finse di fermarli a stento, evitando lo sguardo di Andrea.