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— Niente! Voi state zitta!

— Mikali...

— Mikali non c’entra! — egli riprese con maggior impeto. — Egli lavora e basta a sè stesso: voi non dovete vivere alle sue spalle poichè ci son io...

— Mikali... — ella insistè ancora, ma Andrea, che la scuoteva sempre e pareva le parlasse più con odio che con amore, disse parole che ella sulle prime non capì bene.

— Prima di Mikali c’ero io! E vi ha avuto abbastanza, lui: adesso vi voglio io. E basta! Dite alle Zoncheddu che si cerchino un’altra serva.

— Andrea!... Andrea!...

Ma egli l’aveva respinta e andava rapido verso il servo. Ella lo vide balzare sulla muriccia, montare sul cavallo e allontanarsi dopo essersi guardato indietro con un viso pieno di tristezza; e rimase lì, spaurita, con le mani giunte accanto al viso, come implorando un aiuto dal suo stesso dolore.

E Andrea andava, seguìto dal servo, chiuso di nuovo nel suo tormento e nella sua disciplina. Il viso gli si era ricomposto, duro, fermo. Gli pareva d’essere ancora in marcia, ai comandi di un superiore: andava, perchè bisognava andare, e non sapeva dove, ma sicuro di compiere il suo dovere.

Solo passando sotto la vigna domandò al servo se aveva veduto Mikali.

— L’ho veduto, sì, anche ieri. Domava un puledro nero furioso come un diavolo. Ma anche lui è svelto, Mikali; malanno, come è svelto!