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alla vecchia serva, sforzandosi ancora a parlare aspro, sebbene la baldanza solita lo avesse abbandonato e un ansito affannoso gli sollevasse il petto. La febbre cresceva: curva sul lettuccio in disordine zia Sirena sentiva un calore di forno esalare dalle membra di lui rudi ardenti come tronchi accatastati sul focolare.

Ma quando il fruscìo delle vesti di Vittoria attraversò come un soffio la camera e il viso di lei chiuso fra i lembi violetti della gonna si curvò sul letto, tutto intorno parve sollevarsi; la serva si scostò per lasciarle il posto e l’uomo le chiuse la mano nella sua e l’attirò a sè respirando forte come per imbeversi della freschezza di lei.

— Figlia! Figlia! Andrea non è venuto ancora, ma tu sì, ma tu sì! Tu, sì, vuoi bene a zio Bakis... tu, sì, notte di primavera!...

Vittoria si mordeva le labbra per non piangere.

— Zio Bakis mio! Vi credevo guarito, io, se no sarei venuta prima. Mia madre non voleva.

— Che fa quella faina? Siediti, Vittoria; non ti lascio più andare... Sì, adesso guarirò perchè tu sei venuta.

Ella sedette, senza poter liberare la sua dalla mano di lui.

Una gioia febbrile lo agitava: rise, col riso velato del delirio, e disse alla serva:

— Vedi, vecchiona? Ti sei fatta subito gelosa. Che occhi fa! Sì, questa è la piccola padrona e tu devi obbedire a lei e tacere. Adesso va: fa cuocere le uova con le salsiccie, per la