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Era l’idolo della famiglia Zanche; una panca antica addossata alla parete sotto la nicchia, lucida per il lungo uso, diceva come gli abitanti della casa sostavano a pregare davanti al simulacro: e la vecchia Sirena s’inchinò passando, prima di spingere l’uscio del padrone.

Un odore di cera, di medicine e di frutta uscì dalla camera piena di immagini sacre, di lampadine accese, di armi e di sacchi colmi, illuminata da una finestra che dava dietro la casa, sulla brughiera; sul lettuccio di legno il malato tentava di alzarsi mettendo fuori della coperta le enormi gambe muscolose e pelose e puntando le mani scure sul lenzuolo di lino.

— Compare Zanche! — gridò il frate, mentre la serva correva a rimettere giù e ricoprire il padrone, il quale si dibatteva e gemeva, col collo grasso e il largo volto gonfi pavonazzi tra un arruffio di lunghi capelli argentei.

— Sto benone, — gridava, puntando i pugni sul petto della serva, e volgendo i vivi occhi neri al frate. — Non voglio scappare, no, ho corso abbastanza: ma ho caldo, malanno mortale; mi sembra d’essere alla mietitura.

Mise di nuovo fuori il piede gigantesco, ma il frate fu pronto a ricoprirglielo.

— Buono, buono, compare Bakis!

— E sedetevi, allora! Tanto non crescete più. Come vi siete invecchiato! Eh, passa, il tempo, e non si può legare come un puledro!

Il frate sedette e gli prese la mano.

— E che sentite adesso che la stringete così? È calda, sì: ma non sono stato sempre caldo