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brillavano in quell’ombra, pieni di vita, fieri e minacciosi.

— Sedetevi. Qual vento vi porta?

— Il vento di primavera, che porta appetito. Come va il malato?

La vecchia si curvò a rattizzare il fuoco con le mani ossute che tremavano lievemente; la sua gonna a righe rosse e bianche era così dura e larga che formava intorno a lei sul pavimento un mezzo pallone gonfio. Dopo un momento di silenzio rispose:

— Oggi sta meglio; è quasi guarito, a dispetto di chi gli vuol male. Se qualcuno vi domanda dite pure che per questa volta si metta il cuore in pace.

— Io non ho mai fatto l’ambasciatore, zia Sirè! Nè ambasciatore nè spia...

La donna stava per replicare quando il viso della serva giovane riapparve nel vano dell’uscio socchiuso.

— Zia Sirena, il padrone s’è svegliato e vuole il frate.

Allora la vecchia gli accennò di seguirla, e non parlò più, quasi gli ordini del padrone fossero sacri. Attraversarono un corridoio lungo e stretto sul quale si aprivano gli usci delle camere. In fondo, sotto un finestrino alto chiuso da una croce di ferro, entro una nicchia illuminata da una lampadina, un piccolo Sant’Isidoro nero, vestito di rosso come un contadino sardo, guidava, aiutato da un angioletto, due buoi incoronati di fiori e di frutta, e con una mano reggeva un mazzo di spighe.