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la stanza e le si mise dietro mormorando:

— Io vado all’oliveto; voglio obbedire alla mia vecchia padrona.

E prima ancora che Annarosa potesse impedirglielo, era già in fondo alla strada. Ma Annarosa non pensava a trattenerla, e non sapeva fermarsi neppure lei, portata su e giù dalla sua angosciosa incertezza.

L’ora in cui Stefano usava venire era passata da molto. Egli non tornava; non sarebbe tornato mai più, s’ella non lo richiamava. E lei sapeva che il male della nonna era questo: camminava, camminava, come per calpestare gli avanzi della sua pietà, del suo amore per la famiglia; per provare a sè stessa ch’era libera di muoversi, di dominare il suo terrore. Ma quando tornava verso il camino e vedeva la nonna piegata su sè stessa, la canna per terra, e la matrigna col viso invecchiato e indurito dal dolore, si sentiva oscillare, urtata dall’impressione di aver tutto rotto davvero, intorno a sè, della sua casa, e di camminare sulle rovine.

D’un tratto fece il giro della stanza e andò ad abbattersi accanto al focolare come l’uccellino che dopo aver tentato il