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volto umano saltassero sul muro che chiudeva la tanca; ed egli andava lor dietro, affannosamente, saltando anche lui il muro e inoltrandosi nella tanca attigua, folta di soveri alti, verdissimi. Un uomo alto, rigido, grosso, con una barba grigio-rossastra, una specie di gigante, camminava lentamente, quasi maestosamente, sotto il bosco. Elias lo riconobbe subito: era un uomo d’Orune, un selvaggio sapiente, che vigilava l’immensa tanca d’un possidente nuorese, perchè non estraessero di frodo il sughero dei soveri. Elias conosceva sin da bambino quell’uomo gigantesco, che non rideva mai e forse per ciò godeva una certa fama di saggio. Si chiamava Martinu Monne, ma tutti lo chiamavano il padre della selva (ssu babbu ’e ssu padente), perchè egli raccontava che, dopo la sua infanzia, non aveva dormito una sola notte in paese.

— Dove vai? — chiese ad Elias.

— Vado dietro queste pecore matte. Ma sono così stanco, padre della selva mio! Non ne posso più; sono debole e sfatto; non valgo più a nulla.

— Eh, se tu non vuoi aver fastidi va a farti prete! — disse zio Martinu con la sua voce possente.