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Come i miei figli non ce ne sono altri a Nuoro.

— Eh! eh! — disse l’altro quasi gemendo.

— Eh! eh! Cosa vuoi dire col tuo eh! eh!, Jacu Fà? Dico bugie forse? Mostrami altri tre giovani come i miei figli, onesti, laboriosi, forti. Uomini sono, essi, uomini sono!

— E chi ti dice che siano donne?

— Donne, donne! Donna sarai tu, pancia di cassetta, — gridò zio Portolu premendo con le sue grosse mani sulla pancia del parente, — tu, non loro, i miei figli! Non li vedi? — proseguì, rivolgendosi con adorazione verso i tre giovanotti. — Non li vedi, sei cieco? Tre colombi....

Zia Annedda s’avvicinò, col bicchiere in una mano e la caraffa nell’altra. Colmò il bicchiere e lo porse al Farre, e il Farre lo diede cortesemente a zio Portolu. E zio Portolu bevette.

— Beviamo! Alla salute di tutti! E tu, moglie mia, femminuccia, non aver più paura di nulla: saremo come leoni, ora, non ci toccherà più neanche una mosca.

— Va! va! — ella rispose.

Versò da bere al Farre e passò oltre. Zio Portolu la seguì con gli occhi, poi disse, toccandosi l’orecchia destra con un dito: