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dolavo per le sale o per i viali dell’Alhambra; e poi avevo tanto da fare per veder ogni cosa nello spazio di tempo che m’ero prefisso, che non mi restavan nemmen dei ritagli per intavolar conversazione, come feci nelle altre città, in mezzo alle strade e nei caffè, coi popolani in cui m’imbattevo.

Ma per quanto seppi da chi era in grado di darmi delle notizie sicure, il popolo di Granata non gode d’una eccellente riputazione in Spagna. Si dice che è maligno, violento, vendicativo, accoltellatore, il che non è punto smentito dalle cronache cittadine delle gazzette; e non si dice, ma si sa che in Granata l’istruzione popolare è anche più bassa che a Siviglia, e che in altre città spagnuole di minor conto; e che, in generale, tutte le cose che non posson esser fatte dal sole e dalla terra, che ne fanno pur tante, vanno alla peggio, o per indolenza, o per ignoranza, o per confusione. Granata non è congiunta dalla strada ferrata a nessuna città importante, vive sola, in mezzo ai suoi giardini, dentro la cerchia delle sue montagne, lieta dei frutti che la terra le produce sotto la mano, cullandosi mollemente nella vanità della sua bellezza e nell’orgoglio della sua storia, oziando, sonnecchiando, fantasticando, e contentandosi di rispondere, con uno sbadiglio, a chi le rimprovera il suo stato: — Io diedi alla Spagna il pittore Alonso Cano, il poeta Luigi di Leon, lo storico Ferdinando del Castillo, l’orator sacro Luigi di Granata, il ministro Martinez della Rosa; ho pagato il mio debito; lasciatemi in pace; — che è la rispo-