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346 siviglia.


sporgenti e penzoli come mazzi e ghirlande di fiori; e fuor che i musaici dai mille colori, ogni cosa è bianco, nitido, luccicante come l'avorio. Ai quattro lati son quattro grandi porte per le quali si entra nelle sale reali. Qui la meraviglia si muta in incanto. Quanto di più ricco, di più vario, di più splendido può sognare la più ardente fantasia nel più ardente dei suoi sogni, si trova in codeste sale. Dal pavimento alla volta, intorno alle porte, lungo gli spigoli delle finestre, negli angoli più appartati, in qualunque parte cada lo sguardo, appare un tal formicolío di ornamenti d'oro e di pietre preziose, una così fitta rete di arabeschi e d'iscrizioni, una così meravigliosa profusione di disegni e di colori, che appena si son fatti venti passi, si è sbalorditi e confusi, e l'occhio erra qua e là stanco, quasi cercando un palmo di parete nuda, in cui rifugiarsi e riposare. In una di queste sale il custode vi accenna una macchia rossastra che copre un buon tratto del pavimento marmoreo, e vi dice con voce solenne:

"Questa è la traccia del sangue di Don Fadrique gran mastro dell'Ordine di Sant'Jago, ucciso in questo luogo medesimo, l'anno 1358, per ordine del re Don Pedro, suo fratello."

Mi ricordo che quando udii queste parole guardai in viso il custode coll'aria di voler dire: — Gnamo, via; — e che il buon uomo mi rispose con un tuono secco:

"Caballero, se io le dicessi di creder la cosa sulla mia parola, ella avrebbe ogni ragione di dubitarne;