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fici, scendono nelle strade, gettano le loro ombre nere sulle splendide vetrine delle botteghe, sulle lettere dorate degli annunzi che coprono le facciate fino ai tetti, sulla folla che, colla testa bassa, a passo cadenzato, dondolando le braccia, fugge in silenzio i luoghi che, durante il giorno, videro colare il suo sudore. Di tratto in tratto, il sole squarcia il velo lugubre che l’industria ha disteso sulla capitale del lavoro; ma questi bagliori improvvisi, fuggitivi, invece di rallegrare la scena, non fanno che illuminarne la tristezza... Tutte le fisonomie hanno la medesima espressione. Ognuno ha fretta di arrivare a casa per «economizzare» le sue poche ore di riposo dopo aver tratto il maggior vantaggio possibile dalle lunghe ore di lavoro. Par che ognuno sospetti nel suo vicino un concorrente. Tutti portano l’impronta dell’isolamento. L’aria morale in cui vive questa gente non è la carità, è la rivalità... Un gran numero di famiglie vivono negli alberghi, vita che condanna la donna alla solitudine e all’ozio. Lungo il giorno, il marito fa i suoi affari fuor di casa, e non rientra che all’ora del desinare, che trangugia colla rapidità d’un uomo affamato. Poi ritorna alla sua galera. I ragazzi, all’età di cinque o sei anni, frequentano le scuole, ci vanno e ritornano soli e passano il rimanente del loro tempo a loro capriccio, godendo della più am-