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Tali furono le prime accoglienze fatte all’Arte italiana fra le mura di Fez.

A notte avanzata, feci un giro per il palazzo. Sui pianerottoli, davanti alle porte delle camere, nel giardino, per le scale c’erano soldati accovacciati, ravvolti nelle cappe, che dormivano profondamente. Dinanzi alla piccola porta del cortile russava all’aria aperta il fedele Hamed Ben Kasen, disteso sopra una stuoia, colla sciabola al fianco. La luce velata delle lanterne faceva scintillare i musaici dei pavimenti e dei muri che parevano tempestati di perle, e dava a tutto l’edifizio l’apparenza misteriosa e magnifica d’una reggia. Il cielo era tutto stellato, e un vento leggero faceva stormire gli aranci del giardino. Si sentiva distintamente, nel silenzio della notte, il rumore del Fiume delle perle, il gorgoglio delle fontane, il tic-tac degli orologi, e di tratto in tratto le voci acute delle sentinelle, che dalle varie porte esterne del palazzo si davano l’all’erta cantando delle preghiere. Che belle ore passai, quella notte, col viso all’inferriata della finestra su cui batteva la luna, pensando alla grande città sconosciuta che mi si stendeva dintorno, a casa mia, ai miei amici, alle belle del Sultano, al mondo di là, a mille cose fantastiche e care!