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had-el-garbìa 119


Non capivo: si spiegò. — Faccio così, — mi disse, — per fortificarmi la testa. Le prime volte cascavo in terra tramortito, adesso non verso più che qualche goccia di sangue. Verrà il tempo che non mi scalfirò nemmeno la pelle. Tutti gli arabi fanno lo stesso. Mio padre si rompeva sul cranio dei mattoni spessi due dita, com’io ci romperei un pezzo di pane. Un vero arabo (conchiuse con aria altera, battendosi il pugno sul cocuzzolo) deve avere la testa di ferro.


L’accampamento, quella sera, presentava un aspetto assai diverso da quello del giorno innanzi. Ognuno aveva già preso le sue abitudini. I pittori avevano rizzato i loro cavalletti davanti alla tenda e dipingevano. Il capitano era andato a osservare il terreno, il vice-console a raccogliere insetti, l’ex-ministro di Spagna alla caccia delle pernici; l’ambasciatore e il comandante giocavano a scacchi sotto la tenda della mensa; i servi si saltavano l’un l’altro appoggiandosi le mani sulle spalle; i soldati della scorta discorrevano seduti in cerchio; degli altri chi passeggiava, chi leggeva, chi scriveva; sembrava che fossimo attendati là da un mese. Se ci fosse stata una piccola stamperia, mi sarebbe saltato il grillo di fondare un giornale.