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Ella lo guardò con due occhi ingenui, alzando le sopracciglia, sorridendo: poi fece un sommesso «ah!» come risovvenendosi.

«Tu vieni sempre dal mondo della luna» disse il conte Lao, corrucciato. «Credi ch’ella abbia tardato un pezzo a venirmi a domandare cosa era successo?» Lao non nominava quasi mai sua cognata: diceva solo: «ella».

«E cosa le hai risposto?»

«Io fui, sono e sarò sempre una bestia. Le ho risposto come hai voluto tu, che si era aggiustato fra te e me, e che così bastava, e che non mi seccasse. Per lei, dica quel che vuole, non me ne importa niente; ma a me bisogna bene che tu spieghi...»

«S’è aggiustato tutto!» interruppe Elena ridendo. «Cosa vuoi che ti spieghi? Andiamo, andiamo, zietto!»

Gli propose un giro in giardino, gli offerse il braccio, ma lui non ne volle sapere; richiese queste spiegazioni, irritato di vederla così gaia.

«Oh zio!» diss’ella, mettendogli le mani sulle spalle, facendosi grave.

«Scusa» disse Lao, rabbonito, «capisci bene, devo pur sapere.»

Ella lo guardò ancora un momento negli occhi senza parlare, poi gli prese il braccio, gli disse «vien qua», lo trasse verso la fattoria, graziosa casetta posata a pochi passi dalla villa cui mostra la faccia di tramontana, bizzarramente mascherata da rovina medioevale, e quella di levante tutta verde e rose dal prato al tetto. Elena vi entrò dal lato di mezzogiorno per la porticina del suo studiolo di fanciulla, picciol nido nascosto dietro una vite e le rose, di fronte al prato disteso verso Villascura e la montagna del Passo Grande.