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rivestite di una grossa imbottitura di cuoio, applicata sopra spirali del miglior acciaio, che avevano l’elasticità delle molle d’orologio. I tubi scaricatori mascherati dall’imbottitura non lasciavano neppur supporre la loro esistenza.

Erano dunque state prese tutte le precauzioni immaginabili per ammorzare il primo urto. Per lasciarsi schiacciare, diceva Michele Ardan, bisognerebbe essere « di cattivissima costruzione. »

Il proiettile misurava esternamente nove piedi di larghezza e dodici di altezza. Per non oltrepassare il peso assegnato, erasi un poco diminuito lo spessore ed inrobustita la parte inferiore, che doveva sopportare tutta la violenza dei gas sviluppati per la conflagrazione del pirossilo. Così avviene del resto nelle bombe e negli obici cilindro-conici, la culatta de’ quali è sempre più grossa.

Penetravasi nella torre metallica da una stretta apertura praticata nelle pareti del cono, e simile a’ buchi delle caldaie a vapore. Chiudevasi questa ermeticamente col mezzo di una lastrina d’alluminio, trattenuta nell’interno da robuste viti di pressione. I viaggiatori potevano dunque uscire a loro beneplacito dalla prigione mobile, non appena avessero raggiunto l’astro delle notti.

Ma non bastava l’andare, bisognava vederci strada facendo. Nulla riuscì più facile. Infatti sotto l’imbottitura trovavansi quattro grandi lenti di cristallo assai grosso, due assicurate nella parte circolare del proiettile, una terza nella parte inferiore ed una quarta nel suo cappello conico. I viag-