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calmo, freddo, austero, di mente seriissima e concentrata; esatto come un cronometro, di eguaglianza d’umore a tutta prova, di carattere irremovibile; sebbene poco cavalleresco, menava una vita avventurosa, portando però sempre idee pratiche perfino nelle sue più temerarie imprese; egli era l’uomo della nuova Inghilterra per eccellenza, il settentrionale colonizzatore, il discendente di quelle Teste-Tonde sì funeste agli Stuardi, e l’implacabile nemico dei gentlemen del Sud, antichi Cavalieri della madre patria. In una parola, un Yankee di getto.

Barbicane aveva fatto una fortuna ingente nel commercio dei legnami; nominato direttore dell’artiglieria durante la guerra, si mostrò fecondo d’invenzioni, audace nelle idee, contribuì di molto ai progressi di quest’arma, e diede un incomparabile slancio alle ricerche esperimentali.

Era una persona di media statura, che aveva, per una rara eccezione nel Gun-Club, tutti i suoi membri intatti. I suoi lineamenti pronunciatissimi parevano tracciati colla squadra e col tiralinee, e se è vero che, per indovinare gl’istinti d’un uomo, devesi guardarlo di profilo, Barbicane, così veduto, offriva gl’indizi più certi dell’energia, dell’audacia e del sangue freddo.

In quel momento egli stavasene immobile nel suo seggiolone, muto, preoccupato, collo sguardo raccolto, ricoverato sotto il suo cappello di forma alta, cilindro di seta nera che sembra inchiodato sui cranî americani.

I suoi colleghi cicalavano rumorosamente a lui