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capitolo xvii. 253

le, se non che qualche servo lo traversava per suo ufficio; s’udivano aprire e chiuder porte, si vedean girar lumi sulle logge e per le finestre, ed alla fine quando l’orologio battè le sei ore, la guardia della porta alzò il ponte che dava sulla piazza, e, cessato il suono delle catene che lo reggevano, succedette un silenzio che non fu più interrotto pel rimanente della notte.

Vittoria intanto aveva attraversato le sale ove si attendeva a spegner i lumi e dar sesto al mobile; giunse alla camera ove già s’era ritirata D. Elvira che cominciava a levarsi d’attorno gli ornamenti e le gale. La trovò in quest’occupazione ajutata da due cameriere, la cui opera, al modo dispettoso col quale le trattava, pareva non le fosse troppo gradita; era accaldata, rossa in viso, ed all’aspetto tutt’altro che soddisfatta della sua serata. Quando vide entrar Vittoria, un intimo senso prodotto forse da un nascosto rimorso le fece nascer il pensiero che la sua amica avesse a parlarle su un tuono che in quel momento le pareva duro di sopportare. Quest’idea fu cagione che l’accogliesse con un atto di sorpresa che non celava interamente l’impazienza. Vittoria se ne avvide, ma senza darne segno, le disse con tutta dolcezza, che la pregava ritardasse in suo servigio di andar a letto per un quarto d’ora, e venisse a quello di Ginevra che la domandava. Dovette per conseguenza spiegarle come si trovasse quivi costei; e la figlia di Consalvo, che, come tutti i capi sventati in genere, aveva in fondo buon cuore, fu contenta d’andarvi, tanto più che vide la cosa prender miglior piega che non s’aspettava.

Vennero dunque insieme alla camera di Ginevra, ed entrate s’avvicinarono al letto. La bellezza di D. Elvira non avea tanto spiccato allorchè il suo vestire e la pettinatura era foggiata col maggior studio,