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capitolo xvi. 235

potuto far credere a D. Michele che il suo padrone fosse sdegnato seco, se non avesse conosciuto nel suono della voce e nel viso, che v’era un nodo nel quale egli non aveva che fare.

Il Valentino volto agli uomini venuti con D. Michele disse: «Presto voi tutti in barca, ed aspettatemi sotto S. Orsola:» ed a questi «e tu vien con me.» Coloro dieder de’ remi e furon presto fuor di vista. D. Michele e ’l duca entrarono nelle sue stanze, e tosto uscirono portando Ginevra che riposero nel battello ov’era stata trovata. D. Michele scôrse sulle sue vesti dal lato sinistro alcune tracce di sangue.

Ciò fatto, venne chiamato dalla camera in fondo il messo, entraron nella sua barca tutti tre senza profferir parola, e, raggiunta che ebbero quella avviatasi innanzi, vi si trasferirono.

Sedè il duca a poppa, e D. Michele in piedi avanti a lui: quantunque ora sapesse perchè il suo signore non si curava che il colpo non avesse avuto il suo effetto, volle però narrargli per quali cagioni fosser tornati colle mani vuote, e gli venne raccontando tutto a filo il modo che avevan tenuto, e come assaliti da molti uomini s’eran difesi a stento ed era loro stata ritolta la donna.

— Ad uno però di costoro è andata male; soggiungeva accennando dietro di sè verso Pietraccio, il quale, come vedemmo, colto sul capo con un remo, e caduto stordito nella barca v’era rimasto prigione. A quell’ora risentitosi stava seduto a due braccia dal duca; e gli uomini suoi credendolo più morto che vivo, nell’impossibilità del resto di fuggir loro dalle mani, lo lasciavano stare.

— Questo mascalzone, seguitava D. Michele, c’è saltato in barca come una furia, ma qui il Rosso gli ha appoggiata una nespola sull’orecchio, che l’ha messo a giacere: lo credevo morto, ma vedo che va riprendendo spirito.