Pagina:Cuore.djvu/125

eccomi qui, dopo quarantaquattro anni, a dirle: Grazie, caro maestro.

Il maestro non rispose: mi accarezzava i capelli con la mano, e la sua mano tremava, tremava, mi saltava dai capelli sulla fronte, dalla fronte sulla spalla.

Intanto mio padre guardava quei muri nudi, quel povero letto, un pezzo di pane e un’ampollina d’olio ch’eran sulla finestra, e pareva che volesse dire: - Povero maestro, dopo sessant’anni di lavoro, è questo tutto il tuo premio?

Ma il buon vecchio era contento e ricominciò a parlare con vivacità della nostra famiglia, di altri maestri di quegli anni, e dei compagni di scuola di mio padre; il quale di alcuni si ricordava e di altri no, e l’uno dava all’altro delle notizie di questo e di quello; quando mio padre ruppe la conversazione per pregare il maestro di scendere in paese a far colazione con noi. Egli rispose con espansione: - La ringrazio, la ringrazio; - ma pareva incerto. Mio padre gli prese tutt’e due le mani e lo ripregò. - Ma come farò a mangiare, - disse il maestro - con queste povere mani che ballano in questa maniera? È una penitenza anche per gli altri! - Noi l’aiuteremo, maestro - disse mio padre. E allora accettò, tentennando il capo e sorridendo.

- Una bella giornata questa, - disse chiudendo l’uscio di fuori, - una bella giornata, caro signor Bottini! Le accerto che me ne ricorderò fin che avrò vita.

Mio padre diede il braccio al maestro, questi prese per mano me, e discendemmo per la viottola. Incontrammo due ragazzine scalze che conducevan le vacche,