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passato. Ma invece restò, e andò crescendo. Venne un giorno che non potei più scrivere. Ah! quel giorno, quella prima volta che feci uno sgorbio sul quaderno d’un mio scolaro, fu un colpo al cuore per me, caro signore. Tirai bene ancora avanti per un po’ di tempo; ma poi non potei più. Dopo sessant’anni d’insegnamento dovetti dare un addio alla scuola, agli scolari, al lavoro. E fu dura, sa, fu dura. L’ultima volta che feci lezione mi accompagnarono tutti a casa, mi fecero festa; ma io ero triste, capivo che la mia vita era finita. Già l’anno prima avevo perso mia moglie e il mio figliuolo unico. Non restai che con due nipoti contadini. Ora vivo di qualche centinaio di lire di pensione. Non faccio più nulla; le giornate mi par che non finiscano mai. La mia sola occupazione, vede, è di sfogliare i miei vecchi libri di scuola, delle raccolte di giornali scolastici, qualche libro che mi hanno regalato. Ecco lì, - disse accennando la piccola libreria; - lì ci sono i miei ricordi, tutto il mio passato... Non mi resta altro al mondo.

Poi in tono improvvisamente allegro: - Io le voglio fare una sorpresa, caro signor Bottini.

S’alzò, e avvicinatosi al tavolino, aperse un cassetto lungo che conteneva molti piccoli pacchi tutti legati con un cordoncino, e su ciascuno c’era scritta una data di quattro cifre. Dopo aver cercato un poco, ne aperse uno, sfogliò molte carte, tirò fuori un foglio ingiallito e lo porse a mio padre. Era un suo lavoro di scuola di quarant’anni fa! C’era scritto in testa: Alberto Bottini, Dettato, 3 Aprile 1838. Mio padre riconobbe subito la sua grossa scrittura di ragazzo, e