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piena di tenerezza alle volte; ma l’orgoglio non la lasciava uscire.

- Ah Ferruccio! - continuò la nonna, vedendolo così muto.

- Non una parola di pentimento mi dici! Tu vedi in che stato mi trovo ridotta, che mi potrebbero sotterrare. Non dovresti aver cuore di farmi soffrire, di far piangere la mamma della tua mamma, così vecchia, vicina al suo ultimo giorno; la tua povera nonna, che t’ha sempre voluto tanto bene; che ti cullava per notti e notti intere quand’eri bimbo di pochi mesi, e che non mangiava per baloccarti, tu non lo sai! Io dicevo sempre:

- Questo sarà la mia consolazione! - E ora tu mi fai morire! Io darei volentieri questo po’ di vita che mi resta, per vederti tornar buono, obbediente come a quei giorni... quando ti conducevo al Santuario, ti ricordi, Ferruccio? che mi empivi le tasche di sassolini e d’erbe, e io ti riportavo a casa in braccio, addormentato? Allora volevi bene alla tua povera nonna. E ora che sono paralitica e che avrei bisogno della tua affezione come dell’aria per respirare, perché non ho più altro al mondo, povera donna mezza morta che sono, Dio mio!...

Ferruccio stava per lanciarsi verso la nonna, vinto dalla commozione, quando gli parve di sentire un rumor leggiero, uno scricchiolìo nello stanzino accanto, quello che dava sull’orto. Ma non capì se fossero le imposte scosse dal vento, o altro.

Tese l’orecchio.

La pioggia scrosciava.

Il rumore si ripeté. La nonna lo sentì pure.