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― Ih... ih.... ih.... le scarpe mi fanno male.... e il fazzoletto mi serra la gola. Piuttosto voglio andar via subito.... voglio tornarmene a casa mia.

― Levatevi dunque dalla mia presenza. ―

Pipì si avviò mogio mogio verso la porta della sala: ma prima di uscire, si voltò per dare un’ultima occhiata al vassoio delle melagrane. Poi se ne andò.

― Questa volta è partito davvero, ― disse Alfredo tutto afflitto ― e me ne dispiace. Gli volevo bene, a quello scimmiottino. Che cosa dirà la mia buona fata quando saprà che l’ho scacciato? Eppure, era lei che me l’aveva fatto capitare fin qui, proprio in casa, consigliandomi a prenderlo per mio segretario e per mio compagno di viaggio! ma oramai quel che è fatto è fatto, e ci vuol pazienza. ―

Mentre Alfredo parlava in questo modo fra sẻ e sẻ, gli parve che fosse bussato alla porta della sala, e nel tempo stesso si udì una vocina di fuori che disse:

― Signor Alfredo, che mi ha chiamato?

― Chi è? ― gridò il giovinetto rizzandosi in piedi.

― Sono io. ―

La porta si aprì, e comparve lo scimmiottino.

Aveva in piedi le sue scarpettine scollate e portava la testa ritta e impalata, perchè il fazzoletto da collo, moltissimo inamidato, gli segava terribilmente la gola.

A quella vista inaspettata, è impossibile immaginarsi l’allegrezza di Alfredo. Andò incontro a Pipì, lo abbracciò, lo baciò, gli fece un mondo di carezze, come si farebbero a un carissimo amico, dopo vent’anni di lontananza. Giurarono di non lasciarsi mai più e di fare insieme questo gran viaggio intorno alla terra.