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suoi figli, scomparve mentre stava maturando quelle opere di soave carità, a cui era tanto proclive il suo cuore sì gentile e sincero. Per disdetta non sono di tal vena da mettere in chiaro lume le belle virtù di cotal Vescovo; e dove lo tentassi, sento che il mio dire non giungerebbe a pareggiare quel concetto, che colla predicazione e il ministero scolpiva nelle menti, nè quel sentimento di stima e di riverente affetto che colla soavità dei modi accendeva nei cuori. Ma di questo mi consolo facilmente, giacchè non v’è angolo sì riposto della vasta Diocesi, dove Egli mettendo il piede non abbia lasciata con orma profonda la cara immagine e l’odore soave delle sue virtù.

Chi è che non si ricordi le istanze pastorali dei suoi discorsi, e quel suo largo effondersi che ne rispecchiava l’anima ardente in bella fiamma di apostolico zelo? Lo ripete dovunque un’eco dolorosa, che nel lutto rammenta a prova la sua prontezza ad ogni fatica del ministero, e la instancabile costanza nel durarvi. Non sudori, non intemperie, non disagi erano computati da Lui, nè mai valsero a rallentare la viva brama di trovarsi tra i suoi figli, nel pensiero sempre dolce per Lui di affiatarsi con essi, di prostrarsi con essi ai piè degli altari quasi padre amoroso in mezzo alla sua famiglia, nell’intento di gettare il seme di quella viva fede e di quella pura divozione che rinnovella lo spirito di grazia e il culto delle virtù cristiane.

Ma non posso tacere la singolare prerogativa che a testimonianza universale spiccava tra le altre belle doti, la dolcezza figlia di grande carità, che in ogni