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xix. al conte carlo pepoli 71

E chi virtute o sapienza ed arti
95perseguitando; e chi la propria gente
conculcando e l’estrane, o di remoti
lidi turbando la quiete antica
col mercatar, con l’armi e con le frodi,
la destinata sua vita consuma.

     100Te piú mite desio, cura piú dolce
regge nel fior di gioventú, nel bello
april degli anni, altrui giocondo e primo
dono del ciel, ma grave, amaro, infesto
a chi patria non ha. Te punge e move
105studio de’ carmi e di ritrar parlando
il bel che raro e scarso e fuggitivo
appar nel mondo, e quel che, piú benigna
di natura e del ciel, fecondamente
a noi la vaga fantasia produce
110e il nostro proprio error. Ben mille volte
fortunato colui che la caduca
virtú del caro immaginar non perde
per volger d’anni; a cui serbare eterna
la gioventú del cor diedero i fati;
115che nella ferma e nella stanca etade,
cosí come solea nell’etá verde,
in suo chiuso pensier natura abbella,
morte, deserto avviva. A te conceda
tanta ventura il ciel; ti faccia un tempo
120la favilla, che il petto oggi ti scalda,
di poesia canuto amante. Io tutti
della prima stagione i dolci inganni
mancar giá sento, e dileguar dagli occhi
le dilettose immagini, che tanto
125amai, che sempre infino all’ora estrema
mi fieno, a ricordar, bramate e piante.
Or, quando al tutto irrigidito e freddo
questo petto sará, né degli aprichi