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74 t. campanella


XII

A Filippo III

Da un oscuro e fetido «calaboso», cioè da una segreta de’ castelli napolitani, il Campanella supplica il sovrano di farlo venire in Ispagna o mandare a Roma. Tra lusinghe, vanterie e consigli afferma di esporre le sue ragioni, non perché indotto dalla brama di allungar la vita, ma di rendersi utile al genere umano. Non tralascia naturalmente di descrivergli le incredibili persecuzioni e sofferenze subite; nè dimentica soliti elenchi d’imprese e di libri da terminare in breve spazio di tempo, pena il capo qualora venga meno alle promesse fatte.

Potentissimo re,

A nome dell’omnipotente Sapienza oda queste parole per la salute universale ed esaminile bene. Amplifichi or mai Vostra Maestá cattolica i pensieri e fatti, ché giá è venuto il tempo — secondo il ciel dimostra nelle congiunzioni magne, nei solstizii, equinozii, obliquitá, eccentricitati ed apogei mutati in suo favore, e secondo ogni profeta dice, e filosofo e poeta di tutte nazioni — che l’imperio suo s’abbia con la fede universale in tutto l’universo spandere. Pare ad aristotelici questo impossibile, ma non a chi fece un padre solo del mondo, un re, un sole ed una legge naturale; e che disse per li suoi profeti: «erit rex imperans omnibus unus etc.», «et erit Idumaea possessio eius et omnes nationes etc.», «et omnes principes terrae adorabunt regem Israel etc.», «et gens et regnum qnuod non servierit tibi, peribit». La Vostra Maestá è il braccio dritto dell’imperio del Messia, e ’l sommo pontefice il capo: a Vostra Maestá tocca la spada del regimento di David, a Sua Beatitudine la legge.

Però non si sgomenti delle turbulenze ch’hanno a nascere sopra la terra grandissime; ché queste son occasion di trionfo e d’unir i principati divisi, avendo Dio con sé che disse: