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nota 433

quanto dalla necessitá di migliorare lezioni spropositate e monche, nonostante che il Baldacchini nella prima (p. 132) e nella seconda edizione (p. 189) assicuri di aver «conservato scrupolosamente la ortografia dell’autore, senza nulla omettere e nulla cangiare, come far si dovrebbe trattandosi di antiche scritture quando si mettono a stampa»; e lo stesso dicano il Centofanti nel chiudere (p. 16) ed il Berti nel cominciare (p. 4, n. 1) l’introduzione. E furono loro i primi a sentirne la necessitá: il Baldacchini che nella impressione del 1840 ripete soltanto (pp. 169-71, n. 3) la CXVII — mettendo insieme diciassette e non, come pretende il Berti1, ventidue lettere, — in quella del 1847, servitosi delle «importanti varianti e correzioni» suggeritegli dal principe B. Buoncompagni, comprende (pp. 154-92, 195-8) l’intera appendice della prima, non che la commendatizia al Cesi (p. 153) che si trova nella seconda, oltre a tre scritture (pp. 193-5, 199-203) fatte conoscere da altri. Non la terza naturalmente, ma la prima stampa del dotto pugliese usa il Palermo che nell’Archivio storico italiano del 1846 riporta, a pp. 428-31, «Lettere di fra Tommaso Campanella», dopo d’avere a p. xxxi avvisato: «vengono in fine una lettera inedita di esso Campanella al granduca di Toscana nel 1593; e parecchi brani di altre sue lettere, giá messe a stampa dal Baldacchini», cioè brani delle lettere al Peiresc ed al Del Pozzo. Cecilia Dentice di Accadia, che non lesse o al momento opportuno non ricordò bene questo esplicito avviso, negli Appunti bibliografici' che intorno agli scritti del filosofo di Stilo pubblicò il 1921 nel v. II del Giornale critico della filosofia italiana, a torto rileva ne’ numeri 184, 198 e 220 (fasc. III, pp. 65-8) che il Palermo prende «un curioso abbaglio», quando poi equivoca lei nell’attribuire i brani del 25 giugno, del 20 luglio, del 10 e 13 agosto 1624 (pp. 59-60, nn. 117-24) a Ferdinando II de’ Medici ed insieme a Cassiano del Pozzo — e non è possibile tacerlo, se non si vuole che il lettore chieda otto lettere e non le quattro che realmente esistono, la XLIV, XLV, XLVII e XLIX.

In confronto di quanto fece l’Amabile, sfigurano tutti coloro che si sogliono ricordare prima e dopo di lui, dalla metá del secolo passato a’ giorni nostri. Nel 1852 l’Albèri ripubblicò nel t. IX delle Opere galileiane (pp. 284-5, 303-4) la LXVI e la LXVIII; due anni appresso, il D’Ancona nel sullodato suo lavoro (v. I,

  1. «Opere pubblicate dopo la morte», n. XXI, in Memoria c., p. 78.