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lettere 325

anni: volea lui esser introdotto quando stava col cardinale, ed affrettò la mia partenza e gaudio di nemici, prima ch’indursi a farlo con tanti pretesti. Di piú, ha scritto la vita mia e non vol darla al padre Giacinto no[mine] etc.; item li dettai un libro De libris propriis col giudicio di tutti scrittori di tutte sorte di scienze, e non ha voluto che si veda. E si serve di quello in sue opere. Né ciò mi dispiace, ma il modo, perché li donai lo scritto De conflagratione Vesuvii e si n’ha servito. Io tengo tutto per baia ed a tutti do i miei libri; mi duole che me li tengono e del loro son avari, quando non dottrina ma sol aiuto cercavo: quando i spagnoli cercavan farmi odioso al papa, passò etc. ... lui rispose: «Non voglio dar le mie fatiche, che altri s’onori». Favilla rispose: «Vostra Signoria non ha parte in quelli, perché vi fûr dettati dal padre e da noi». Veda Vostra Signoria s’ho torto; e lui si lamenta con che ragioni. Con tutto ciò io li scrissi e scrivo amorosamente e le dico ex corde: che ciò nulla mi move. M’ammiro che lui scrive ciò a Vostra Signoria illustrissima.

All’illustrissimo e reverendissimo signore
     l’abbate Fabri, monsieur de Peresc,
          del parlamento reggio, padrone colendissimo,
Aix.

XCIII

A monsignor Francesco Ingoli

Gli dá notizia di quanto lavora per la fede.

Illustrissimo e reverendissimo signore,

Io lavoro per la fede in gran cose. Desidero il Reminiscentur fatto per li missionari, chi tiene il padre Mostro, e Vostra Signoria illustrissima sa quanto è utile, non manchi