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lettere 21

contra Eli, non ci è rimedio, se non d’allungare la profezia — non si sa s’è comminatoria o predestinatoria se non dopo l’evento. Io son certo che non burlo e che li santi non burlâro, e di piú gli astrologhi Cardano, Paolo, Scaligero ed Arquato che parlâr di questo tempo: e tali segni io vedo in cielo ed in terra che stupirá il mondo tutto, quando li scolpirò, piú che li caldei di quel di Iosuè e di Ezechia. Ma non ci è santo né poeta né istorico né predicante né statuale d’ogni nazione che non parli di questo tempo; ma noi «qui dies Domini ut fur in nocte comprehendet», non vedemo: però «qui non sumus noctis nec tenebrarum, vigilemus et sobrii simus». Io li mostrerò perché s’ingannâro li padri antichi; e com’ora non ci è inganno, se non alli stulti.

VII

Al cardinale Odoardo Farnese

Rifatta la storia de’casi di Calabria e dell’orrenda sua prigionia, ripromette miracoli e profezie, aggiungendo un altro non breve elenco di nuove imprese che compirebbe in venticinque mesi, pena la vita; e per dare una prova del suo valore, elenca le opere fin allora composte. Narra ciò che ripeterá nella lettera seguente intorno al diavolo fintosi angelo, ed accenna alle rivelazioni divine consecutive per cui egli si paragona a san Giovanni e Mosè. Lo si faccia venire a Roma, perché è disposto ad affrontare il rogo ove venga meno a quanto dá da sperare. Alla qual condizione non è improbabile che lo si lascerá partire.

All’illustrissimo e reverendissimo signore
cardinale Farnese, padrone colendissimo.

Quello altissimo Dio, — chi mi liberò di sette tormenti orrendi ed «a laqueo venantium» e dalla furia «conclamantium: crucifige, crucifige», perché si manifesti la sua gloria in me servo suo vilissimo, laonde, «quia noluit mundus cognoscere per sapientiam Dei virtutem, placuit Deo per stultitiam salvos facet e credentes», come è scritto, — mi dona anche animo e commoditá,