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lettere 157

castelli regii di Napoli sotto falso pretesto non di aver fatto ma voluto far rivoluzione, della quale volontá lui deve essere interprete e le opere sue per filosofia umana e divina — «ab operibus eorum cognoscetis eos», — e non dalle parole de nemici e d’interessati: qualmente lui sempre ha professato vivere, scrivere, parlare e predicare cose non triviali in beneficio della chiesa e della maestá cattolica, come dimostrano li libri che lui fatto ha, e le scienze che ha acquistato. Donde promette, nelli sequenti articoli mirabili, nel conspetto degli uomini, e le cose certe certamente e le probabili probabilmente in venti mesi, sotto la pena del fuoco se lui mente; protestandosi che non deve muorire un uomo, che puoi essere utilissimo alla republica cristiana, cosí meschinamente, per fraude d’altri rinchiuso nelle criminali carceri orrendi in mano di crudele ed avara gente. Poiché, come dice Platon filosofo — e suo detto è da san Tomasso e dalla sua scuola approbato, — solo quel membro dal corpo della republica si deve recidere chi è marcio e prutido e non puol servire a qualche uso; e lui promette utilitá grandissime le quale lo dimostrano eccellente in ogni scienza, et de iure gentium excellens in arte non debet mori. E le cose fatte non possono esser non fatte; dunque non per le cose fatte l’uomo è punito, ma perché non ne faccia piú lui o altri con essempio suo. Però benché avesse voluto fare quel che dicono, e lui niega con argomenti e fatti manifesti, pure non deve morire, avendo con la pena sodisfazione all’essempio, e promettendo fare quel che raffrenará lui e gli altri dal male, ut infra.

(I) A)

In primis, perché mormorano gli officiali che sia speso per causa del Campanella, e fu per occasione presa d’altri, molte migliaia di docati, promette dare alcuni arbitri per li quali il re averá ogni anno dal regno di Napoli, oltre li tributi ordinarii, piú di centomila scudi, con gloria del re ed utile ed accrescimento de vassalli;