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24 rime (47)

     Ma quel divin che in cielo alberga e stassi,5
altri, e sé più, col propio andar fa bello;
e se nessun martel senza martello
si può far, da quel vivo ogni altro fassi.
     E perché ’l colpo è di valor più pieno
quant’alza più se stesso alla fucina,10
sopra ’l mie questo al ciel n’è gito a volo.
     Onde a me non finito verrà meno,
s’or non gli dà la fabbrica divina
aiuto a farlo, c’al mondo era solo.


47


     Quand’el ministro de’ sospir mie tanti
al mondo, agli occhi mei, a sé si tolse,
natura, che fra noi degnar lo volse,
restò in vergogna, e chi lo vide in pianti.
     Ma non come degli altri oggi si vanti5
del sol del sol, c’allor ci spense e tolse,
morte, c’amor ne vinse, e farlo il tolse
in terra vivo e ’n ciel fra gli altri santi.
     Così credette morte iniqua e rea
finir il suon delle virtute sparte,10
e l’alma, che men bella esser potea.
  Contrari effetti alluminan le carte
di vita più che ’n vita non solea,
e morto ha ’l ciel, c’allor non avea parte.


48


     Come fiamma più cresce più contesa
dal vento, ogni virtù che ’l cielo esalta
tanto più splende quant’è più offesa.