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poco si osservino i miei avvisamenti e gli ordini che io ho dato. Lo spediente di cacciar via gli emigrati da Livorno e da venti leghe all’intorno, per mezzo di un proclama, è inutile del pari che inconsiderato. Pochissimi sono in Livorno gli emigrati: il Granduca stesso ha dato ordine che ne siano espulsi. Era molto più semplice farne arrestare tre o quattro dalle autorità stesse del paese; che allora quei pochi che vi fossero restati, si sarebbero prestamente salvati. Questo proclama, coll’arrogarsi che vi si fa di una giurisdizione di venti leghe di paese, è di un pessimo effetto, a meno che non vogliasi (il che è contrario affatto alle istruzioni da voi date) assumere il tuono e la politica dell’antica Roma.

Gli Inglesi si sono impadroniti di Porto Ferrajo. Signori come essi sono del mare, era difficile l’opporsi a questa impresa. Quando noi occupata avremo la Corsica, lo che presto avverrà, allora ci sarà possibile di scacciarli da quell’isola. Voi troverete qui annessa copia della lettera che mi ha scritta il Granduca di Toscana, di quella del nostro Ministro a Firenze, e la copia della risposta.

Nell’attuale condizione delle cose d’Italia, bisogna procurare di non farci alcun nuovo nemico, ed attender l’esito della Campagna per pigliare un partito conveniente ai veri interessi della Repubblica. Apprenderete allora senza dubbio non convenirvi di lasciare il ducato di Toscana al fratello dell’Imperatore. Io bramerei che sino a quel tempo non si venisse ad alcuna minaccia, né a risoluzione alcuna in Livorno contro la Corte di Toscana. Si vanno investigando le più piccole parole che da me e dai vostri Commissarj si fanno, e insieme poi con grand’importanza confrontansi.