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lo conobbi, sul volto. La sua calma era calma di vittima: il suo sorriso, dacchè ridere nol vidi mai, un sorriso d’esule, de’ più mesti ch’io m’abbia incontrati.

Poi vennero, – perch’io degli ostacoli materiali, della povera fortuna, degli affari di banco a’ quali la carità della famiglia lo strinse, cose tutte ch’egli avrebbe superato, non parlo, – vennero le delusioni individuali, le delusioni che incanutiscono la chioma e l’anima innanzi tempo; la morte d’una fanciulla amata; amicizie di molti anni senza colpa perdute; tentativi, su’ quali tutte le speranze della vita s’erano poste, falliti; e gli uomini venerati un tempo come insegnatori scaduti fin dove comincia il disprezzo, e l’entusiasmo creduto poc’anzi di fede scoperto entusiasmo di sola e spesso egoista speranza, e le visioni dell’anima vergine date da quei medesimi che primi le avevano accarezzate al ludibrio d’un materialismo crescente cogli anni, allo scalpello inesorabilmente feroce del calcolo: storia tristissima e di molti fra noi. Carlo Bini uscì dalla prova vincitore, ma esausto: credente, e lo dico con gioia, nella fede in che noi crediamo, ma disperato del presente, di molti anni avvenire, degli uomini che gli formicolavano attorno, e della propria vita terrestre. «Sono, – egli mi scriveva il 16 agosto 1842, – sono un vecchio edifizio tutto franato, e non mi resta che un cuore tutto rughe e pieno di morti, e sull’estremo orizzonte dell’avvenire ho l’ospedale, dove pur non mi soccorra la morte