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LXXX INTRODUZIONE

Ma, anche sia la prima, la composizione del libro, ch’è una serie di sonetti napoletani amorosi, in vita e in morte di una Laura volgare, che il poeta chiama Cecca, non potè esser fatta se non molti anni prima del 1646. Le allusioni di quei sonetti, le persone e le costumanze, cui essi accennano, ci trasportano al tempo stesso della composizione dei poemi del Cortese, intorno, cioè, al 1620 1.

E di Cecca e dei canti in sua lode, usando le stesse frasi dello Sgruttendio, si parla nelle lettere citate del Basile:

                    E chisse te faranno pò na mnseca,
                    (Ca portano a taccone na teorbia).
                    Da fare ashevolire meza Napole!

Certo, potrebbe supporsi che dalle frasi del Basile avesse preso le mosse lo Sgruttendio pel suo canzoniere. Ma la contemporaneità, che a me sembra evidente, dello Sgruttendio e del Basile, farebbe piuttosto pensare ad un argomento burlesco, reso famoso dallo Sgruttendio, tra i cultori del dialetto, e al quale accenni il Basile.

Ma chi è lo Sgruttendio? Chi è questo poeta, che, col Basile e col Cortese, forma la triade dei primi e sommi poeti dialettali napoletani? — Su questo punto, mistero!



  1. Non è possibile provare qui minutamente quest’asserzione. Si noti per es., ciò che vi si dice del Dottor Chiajese, una celebrità popolare dei tempi del Duca di Ossuna (Cfr. Croce, / teatri di Napoli, I teatri di Napoli, pp. 99-100), e ch’è messo in azione nel Micco Passaro (IV, 19 sgg.; V, i sgg.) e nel Viaggio di Parnaso (IV, 26 sgg.). Così Pezillo, Compà Junno, ecc. ecc.