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della preferita. Non aprì bocca, alzò la mano e la lasciò cadere di peso in uno schiaffo nervoso e sonoro sulla gota molle e incipriata di Olimpia.

Il grido che questa gettò, arretrandosi, scosse Arabella dalla fascinazione in cui l’avevano condotta gli occhi grandi e immobili della civetta.

Si svegliò di soprassalto, spaventandosi di ciò che faceva, cercò un’uscita, scivolò, fuggì tra la porta e la carrozza, traversò il Carrobio, infilò una strada semi-oscura, che la menò lontano dal luogo dello scandalo, sostenuta dalla violenza convulsa dei nervi, l’anima fiammante d’una emozione nuova, non mai immaginata, e nemmeno lontanamente sospettata prima, un’emozione di forza, di orgoglio, che non dava dispiacere al cuore, anzi rinvigoriva il coraggio, aizzava al combattere. Perchè l’aveva percossa? chi l’aveva trascinata? non era forse un sogno?

Non era venuta per far scene e per avvilirsi in una ignobile avventura di palcoscenico. Doveva dunque credere che un’altra donna avesse a un certo punto schiamazzato e operato in lei. Come non provava alcun rimorso di ciò che aveva fatto? Sentivasi anzi più bene, più libera, più sollevata, quasi più appagata nel suo diritto e nella sua vanità. Aveva battuto; aveva schiaffeggiato; la bandiera della insurrezione era sollevata; nessuno, nè la legge, nè gli uomini, nè le donne, tranne forse le buone monache, potevano darle torto. Ma che sanno le buone monache di tutte queste meschine faccende?

Camminò per fuggire presto per vie che s’infilano l’una nell’altra senza scegliere la sua strada, senza guardare ai nomi e alla meta, purchè andasse lontano da quell’antro maledetto. Temeva che Olimpia