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— Bravo, molto bene! — sorse a dire col suo vocione di baritono il cav. Borrola, agitando la mazza col pomo d’avorio, acceso anche lui dall’entusiasmo, a cui non sfugge mai un’anima d’artista davanti all’eloquenza vera. Pigliando la parola per sè e per gli altri, recitò anche lui un discorso, in cui si fece interprete dei sentimenti conculcati, dei diritti vilipesi, dei...

Ma l’assemblea non era più in grado d’ascoltare dei discorsi. I pianti della donzella di casa Ratta, le saette dell’Angiolina, il dente di Aquilino, le rivelazioni, i sottintesi dell’avvocato, le illusioni suscitate, fomentate, ingrandite, il desiderio di fare qualche cosa in odio a Tognino Maccagno, il fascino luminoso delle quattrocentomila lire, che stendevasi di sopra coi bagliori di un immenso sole, riscaldò siffattamente gli animi, che a fatica potè farsi sentire, in mezzo allo schiamazzo delle voci, la voce del campanello.

Ognuno aveva idee proprie da suggerire, argomenti da portare, una prova da metter fuori, una testimonianza, un ricordo da aggiungere per frangia. Aquilino, preso in mezzo in un cerchio, cercava di spiegare a tre o quattro poveracci stracciati come ladri il meccanismo della causa, che Battistino Orefice, il pittore di scene, seguitava a definire un buco nell’acqua.

L’Angiolina, che il diavolo non poteva più tenere, s’era messa a sedere davanti al tavolo dell’avvocato e predicando, coi pomelli rossi, andava mettendo sottosopra le carte. Il brav’uomo non arrivava a tempo a togliergliele di mano. Finalmente un’altra scampanellata, rinforzata dai colpi sonori di due mani larghe come pantofole, rimise l’ordine.