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VIII

in conto di una fra le più amabili e schiette prose italiane del Trecento. La sua sincera semplicità, la deliziosa ingenuità, diremmo anzi, dell’argomento, cui bene si appropria il candore nativo della forma, la agilità dello stile maravigliosa, la soave freschezza e limpidezza e purità della lingua, valsero a toglier fede, anzi a far sembrare indegna di ogni considerazione la opinione di un dottissimo francescano inglese, il Wadding,1 che fino dal secolo XVII, ricercando negli scritti dell’Ordine, ritrovava un Floretum in cui si narravano Vitam et gesta sancti Francisci et gesta sociorum eius, da lui designato come fonte latina dei Fioretti. Né con maggior fortuna Ireneo Affo,2 italiano questi e dotto al par dell’Inglese, indicava nelle Cronache dei XXIV Generali alcuni capitoli fedelmente trasportati, tradotti, nella scelta italica.

Il merito di avere risollevata l’ardua questione, spetta pertanto alla fiorentina Academia della Crusca, che nella quinta impressione del suo Vo-

  1. Script. Ord. Minor., pag. 179.
  2. Cantici volg. di s. Franc., Guastalla, 1877 pag. 61.